Totalità

Ludwig von Bertalanffy pubblicava nel 1968 il suo saggio sulla Teoria Generale dei Sistemi nel quale esponeva le sue concezioni, al tempo rivoluzionarie, sulla necessità di affrontare i sistemi complessi in modo olistico, considerandoli cioè nella loro totalità e non riducendoli alla mera somma delle parti che li compongono.

Nello stesso periodo Norbert Wiener, padre della cibernetica, propugnava idee simili andando oltre ed applicandole all’ingegneria sociale: egli ammoniva ad usare gli esseri umani in modo umano. La mentalità analitica e riduzionista di considerare la parte scollegata dal tutto portava già allora a valutare le prestazioni umane in modo meccanicistico, quindi in termine di quantità specifiche: in quanto tempo l’atleta arriva al traguardo, quanti pezzi produce l’operaio, quanti giorni sono necessari per costruire una casa, ecc.

Nell’inseguire il miglioramento continuo della performance, valutata secondo un preciso parametro quantitativo, ci si spingeva sempre più in un territorio pericoloso: abbandonando la visione d’insieme di un sistema complesso come quello dell’essere umano si realizza infatti una sorta di cecità dei parametri funzionali generali, perché ogni modo di vedere è un modo per non vedere, e concentrarsi sul singolo parametro è un modo per perdere di vista gli altri parametri.

I moniti di questi illustri personaggi furono per lo più ignorati e la situazione ha continuato a peggiorare per vari decenni. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, in ogni settore della vita: dai ragazzini che praticano sport e a 18 anni hanno già rovinato il loro fisico al punto da non poter più gareggiare (ginocchia per la scherma, spalle per il tennis, ecc.); al sistema di produzione alimentare che produce quantità enormi di cibo, ma quasi sempre di qualità scadente; alle scuole che sfornano diplomati e laureati in quantità, ma le cui capacità pratiche sono sempre più misere; ai lavoratori che hanno produttività sempre più elevate ma livelli di stress sempre più alti che poi inevitabilmente si traduconi in maggiori assenze, errori e inadempienze.

Abbiamo già detto in passato che la forza di una catena è data dalla forza dell’anello più debole:  senza uno sviluppo armonico non si riescono a raggiungere livelli di prestazione elevati. Qui però si parla di qualcosa di ancora più influente, si parla del potere della retroazione.

Ogni qualvolta spostiamo gli equilibri di un sistema per ottenere una performance migliore secondo un parametro (per esempio il punteggio ottenuto in una gara) modifichiamo immancabilmente tutto il sistema e i riverberi della nostra attività rischiano di propagarsi in molti modi, spesso di non immediata comprensione, che non di rado rimbalzano modificando in negativo proprio la prestazione che volevamo migliorare.

Senza la consapevolezza di questi meccanismi e senza l’attenzione a cercare i sintomi di queste ramificazione rischiamo di avere delle brutte sorprese. E così capita di sentire del tal giocatore che ha prestazioni favolose ma che poi ogni due per tre ha un infortunio debilitante; oppure del tal pilota che va come il vento ma che ogni tanto resta a piedi perché ha abusato del proprio mezzo; e via di questo passo.
Nel mondo della gestione industriale ci sono moltissimi casi di aziende che avevano indici di performance altissimi e che sono fallite in modo pesante, o di aziende che avevano un incredibile parco clienti e che sono riuscite a perderli tutti nonostante il loro fosse un buon prodotto.
Nel campo della storia possiamo ricordare di vari eserciti così efficienti e potenti da vincere tutte le battaglie e che son finiti col perdere la guerra.

Quasi sempre in questi casi di fallimento si è cercato di esasperare la prestazione in un settore perdendo di vista la totalità del problema. Come diceva il von Bartalanffy, gli organismi funzionano attraverso l’intercorrelazione delle parti: non è la prestazione della singola unità che determina il successo, ma la correlazione armonica fra tutte le parti.

Per lo schermidore sussiste lo stesso problema. Talvolta si è portati a migliorare le proprie capacità in termini di velocità, di precisione, di tempi di reazione o semplicemente di bagaglio tecnico. Ma insistere troppo su un punto perdendo di vista il totale rischia di rivelarsi estremamente fallimentare. E’ la totalità che va considerata, e non solo in senso stretto, legata cioè a tutte le caratteristiche che rendono completa l’esperienza del duello. Sono altrettanto importanti e degne di considerazione anche le nostre capacità relazionali al di fuori della sala da scherma, è importante il nostro stile di vita, come ci divertiamo, cosa beviamo al pub, che tipo sentimenti scorrono nella nostra giornata… insomma, tutto.
Questo non ci deve portare al controllo maniacale di ogni singolo aspetto della nostra vita. Perché sempre secondo una concezione propriamente olistica, se cercassimo di controllare tutto ci concentreremmo sull’aspetto mentale a scapito degli altri. L’attenzione e la percezione sono utili quanto il lasciare andare, la consapevolezza di cosa avviene per capire come e dove intervenire non deve prescindere dall’uso misurato e circostanziato delle azioni correttive: se il nostro intervento diventa troppo pesante diveniamo troppo distratti da quello che stiamo facendo per renderci conto delle conseguenze delle nostre azioni.

Questa è la totalità che dovrebbe sperimentare un guerriero nel momento del duello. E questo vi auguro.

La prossima volta analizzeremo alcuni di questi fenomeni di retroazione ed i loro effetti sulla pratica della scherma.