Metodologia di insegnamento antica

Al giorno d’oggi ci sono molte teorie e prassi per l’insegnamento, merito del lavoro dei pedagogisti degli ultimi secoli. Abbiamo visto molte di queste teorie entrare nelle scuole e nelle palestre, alcune sono durate poco, quali mode passeggere, altre hanno attecchito di più; nel complesso tutte hanno avuto vari mutamenti e molte rivisitazioni, segno questo che siamo ancora lontani dall’equilibrio, cioè dal giorno in cui potremo dire: “per insegnare bene occorre fare così”.

Val quindi la pena guardare a come i nostri antenati concepivano l’insegnamento, tanto per capire se sulla scorta delle novità ci siamo persi qualcosa di utile.

Nel medioevo non c’era molto la concezione di bambino o di adolescente: per gli antichi un bambino era fondamentalmente un adulto basso. Quindi veniva vestito come un adulto, lavorava come un adulto ed era soggetto alle leggi come un adulto. Se potevi reggere in mano una zappa, era ora di iniziare a zappare. Da qui discende che la didattica non era concepita se non come apprendistato presso qualcuno capace di fare un determinato lavoro; il bambino imparava facendo e al limite guardando. Un sistema che era valido per l’artigiano di campagna come per il mastro massone che costruiva le cattedrali, con modalità sancite dai regolamenti delle corporazioni e delle gilde dei vari settori.

Questo stato di cose è perdurato per molto tempo, qualcuno potrebbe dire fino ai nostri giorni. Ancora oggi, per esempio, nelle officine metalmeccaniche, nonostante le scuole professionali, nonostante i continui corsi di formazione e aggiornamento, ai giovani viene detto: “Fa balà l’öcc!”, un’esortazione a restare attenti a cosa fanno, e a come lo fanno, quelli che il mestiere l’hanno già appreso, quasi fossero dei segreti da rubare agli anziani.

Un altro aspetto interessante di questa modalità tradizionale di insegnamento è che non erano concepiti “strumenti” per bambini o per principianti. Se il bambino doveva falciare il prato, gli veniva data una falce da prato, non una falce per bambino. Anzi, ricordo che secondo la saggezza contadina dei miei nonni, per falciare un prato bene bisognava imparare da bambini: quando la falce è lunghissima e pesantissima per le braccia di un bambino, quest’ultimo è obbligato a sviluppare una tecnica adeguata, altrimenti dopo pochi minuti collassa. Al contrario, chi impara da adulto è portato ad usare la sua forza per muovere la falce e in questo modo sviluppa movimenti non efficienti energeticamente e rischia per altro di danneggiarsi le vertebre con un movimento rotatorio sbilanciato.

Per la spada valeva lo stesso principio: non si producevano spade per bambini, tutti si allenavano con spade vere. Per la classe guerriera, allenarsi fin da piccoli era essenziale per sviluppare movimenti energeticamente efficienti e per ottenere la pulizia del movimento. Anche per questo motivo ritengo che allenarsi oggi con armi non metalliche sia fondamentalmente errato.

Quando la scherma ha iniziato ad essere appannaggio anche di altre classi sociali, per esempio i mercanti, si è dovuti ricorrere a sistemi di addestramento adatti ad un adulto poco allenato ed è qui che nasce la necessità di un maestro che possa seguire l’allenamento per evitare errori e cattive abitudini. Di fatto siamo passati da un allievo che “segue / imita” il maestro ad un maestro che “segue / corregge” l’allievo.

Un interessante aneddoto sull’utilità del modo tradizionale di insegnamento lo potete sperimentare nei parchi frequentati da bambini piccoli. Quando ero piccolo, a me e ai miei coetanei venivano fornite biciclette con le “ruote”, di fatto simulazioni facilitate delle biciclette per adulto. La facilitazione è la presenza delle ruote di supporto che provvedono all’equilibrio mentre si pedala. Quando poi siamo cresciuti, le ruote le hanno tolte e abbiamo iniziato ad usare la bicicletta “vera”, come gli adulti. Per alcuni è stato più veloce, per altri meno, ma nel complesso è stato un trauma per tutti: improvvisamente una cosa facile diventava difficile ed occorreva riconfigurare completamente l’approccio allo strumento.

Oggi non si fa più così. I bambini piccoli nei parchi iniziano a gironzolare con biciclette normali a parte l’assenza di pedali e catena: per muoversi devono spingere con i piedi. La cosa interessante è che non ci sono sistemi di supporto per l’equilibrio (tipo le rotelle) e nessun bambino ha difficoltà ad andare dritto. Sul piano spingono con i piedi bilanciando il peso per contrastare la spinta ed in discesa alzano i piedi e sfrecciano in perfetto equilibrio.

Quando passano alla bicicletta normale, a pedali, sanno già stare in equilibrio, sanno già spingere sui pedali compensando la spinta con movimenti del corpo attorno al baricentro e quindi fondamentalmente sanno già fare tutto quello che serve. Nessun trauma inutile.

Questo è un esempio di come a volte fare un passo indietro, verso un sistema tradizionale, può dare un nuovo spunto per migliorare un sistema moderno. Rendere facile la bicicletta con l’adozione delle rotelle sembra avvantaggiare i bambini, in realtà li svantaggia nel lungo periodo impedendo loro di sviluppare equilibrio dinamico. Al contrario una bicicletta senza rotelle e senza pedali permette di apprendere l’equilibrio senza perdere nulla; a quel punto imparare a premere sui pedali è un passo semplice e comporta poca fatica e tempi corti.

Come al solito val la pena ricordare il pensiero del decano Inge:

“Ci sono due categorie di sciocchi. I primi affermano: questo è vecchio, quindi è buono. I secondi affermano: questo è nuovo, quindi è meglio”.