La verità nelle finte

Una delle cose che maggiormente distingue il praticante di scherma esperto da uno alle prime armi è l’efficacia nell’esecuzione delle finte.

Solitamente si impiega un certo tempo per ben apprendere questa particolare tecnica, ma quando si è acquisita la sufficiente maestria diventa una delle forme di attacco preferibili sia per la sua capacità offensiva che per l’intrinseca protezione che offre a chi la realizza.

Detta in parole semplici, una finta è un attacco di qualsivoglia tipo che all’improvviso muta in un attacco differente, prendendo così di sorpresa il difensore che non ha il tempo di opporre una difesa adeguata.

Quello che rende normalmente lungo l’apprendimento di questa tecnica è a mio avviso la cattiva comprensione di quali siano i meccanismi reali che ne stanno alla base. Per mia esperienza gli allievi apprendono molto in fretta a portare una finta quando si spiega loro con chiarezza cosa serve fare.

Se si concentra l’attenzione sul fatto che il colpo portato inizialmente “diventa un altro colpo”, la tendenza dell’allievo sarà quella di accelerare il movimento cercando di eseguire la parte finale della tecnica a velocità massima, in modo da sorprendere l’avversario e non lasciar tempo di risposta. Peccato che così la cosa funzioni poco e male; al contrario solitamente le finte funzionano bene quando non sono troppo veloci.

La prima spiegazione di questo risiede nel fatto che l’occhio umano percepisce meglio il movimento improvviso rispetto a quello lento; in paratica ogni scatto nel mio attacco genera una reazione fulminea nell’avversario che spesso riesce a parare per il motivo che la strada che deve percorrere la sua spada è più breve rispetto alla distanza che deve percorrere il mio attacco. E quando non para è anche peggio, perché finisce quasi sempre con un suo colpo a bersaglio (quindi doppio colpo, o se preferite: due morti).

Il secondo meccanismo coinvolto nelle finte, ed il più importante ai fini della realizzazione di una finta, coinvolge quell’area del cervello nota come neuroni specchio: si tratta di un circuito neuronale che elabora le informazioni raccolte dai nostri sensi riguardo alle persone che ci circondano (l’avversario nel nostro caso) cercando di capire quali sono le loro sensazioni ed i loro pensieri a partire da indizi quasi impercettibili. In versione romanzata: i neuroni specchio vedono delle reazioni nell’avversario, elaborano a ritroso chiedendosi “come mi sentirei io per avere una reazione del genere?” e da lì ricostruiscono stati d’animo. Gli indizi che raccolgono sono del tipo che normalmente la parte cosciente della nostra mente trascura: cambi di colore nel colorito, ingrandimento delle pupille, piccoli movimenti nelle spalle o negli arti, aggiustamenti della postura e molti altri ancora..

Per intenderci, i neuroni specchio sono quelli che ci avvisano quando percepiamo che qualcuno ci sta mentendo o ci sta nascondendo qualcosa.

Ora, perché la finta funzioni bene, non dobbiamo essere rapidi: dobbiamo semplicemente ingannare i neuroni specchio del nostro avversario. E come possiamo fare ad ingannare un sistema che simula il nostro comportamento per risalire ai nostri processi mentali? Semplice, adottando i processi mentali che vogliamo far “leggere” al sistema di riconoscimento del nostro avversario. Di fatto stiamo dicendo che per ingannare la persona a cui vogliamo mentire bisogna dirgli la verità.

Chi è bravo ad ingannare il prossimo sa che occorre sempre mescolare sapientemente menzogne e verità, non c’è altro segreto. Dal punto di vista schermistico ci sono due modi per vedere questa cosa. Secondo alcuni la strategia schermistica è un frattale di inganni dentro inganni dentro altri inganni all’infinito (chiedete al Maestro Toran, per fare un nome illustre). Dal mio punto di vista questo atteggiamento non è ne elegante, ne pratico e soprattutto è logorante. Preferisco un approccio opposto.

Nella vita e nella scherma ho sempre trovato maggiormente utile la sincerità e l’onestà, soprattutto con se stessi. Quando faccio un attacco, deve essere un attacco vero, che se non viene parato arriva a bersaglio. In questo modo ogni mio colpo viene letto dai neuroni specchio del mio avversario come una minaccia ( e correttamente ). La finta nasce perché mentre porto il colpo sono presente a me stesso ed alle reazioni dell’avversario, se lui anticipa la parata allora io posso decidere di cambiare attacco e realizzo una finta.

Riassumendo: massima sincerità e motivazione nell’attacco ma rimanendo sempre vigili ed attenti in modo da poter cambiare direzione senza esitazioni. Quest’ultima parte a mio avviso va ben chiarita: non è mai una questione di velocità o di rapidità, anzi, spesso è più proficuo tenere velocità di esecuzione medio-lente. L’elemento vincente è la combinazione di un’attenzione vigile e della mancanza di attaccamento all’azione che si sta eseguendo. Bisogna essere pronti a passare da un attacco ad un altro con piena soluzione di continuità; ogni discontinuità nella traiettoria o nel tempo verrebbe percepita dall’avversario e genererebbe una reazione scomposta, molto pericolosa per noi.

Dovrebbe essere ormai chiaro che la finta nasce da un errore dell’avversario: non possiamo fare finte a chi non ci casca, altrimenti ci esponiamo inutilmente. Come spesso ripeto: la scherma è una relazione con l’avversario, non una sequenza di scelte autarchiche. E d’altro canto, nella scherma come nella vita, quando qualcuno viene ingannato in realtà voleva essere ingannato; ed il primo comandamento di un imbroglione è sempre quello: ascolta il tuo avversario, ti dirà lui come vuole essere fregato. Parola di Victor von Lustig.