La trappola emotiva

Per i praticanti di arti marziali non è raro trovarsi nella trappola dell’emotività; intendo con questo la condizione in cui il praticante diviene vittima delle proprie reazioni emotive e da queste si fa trasportare in un spirale autodistruttiva.

L’elemento scatenante della trappola emotiva è diverso per ognuno di noi, variabile a seconda del tempo e delle situazioni. Ma qualunque sia l’incipit, la sua evoluzione è facilmente descrivibile: un’emozione forte e solitamente legata a qualche credenza o trauma del passato accende un campanello di allarme nella nostra psiche; questa, volendo evitare il ritorno di una situazione traumatica del nostro passato, attiva una serie di meccanismi di difesa che possono includere vari gradi di aggressività, spesso violenta, altre volte passiva. L’aggressività in questione, anche se infonde un certo senso di sicurezza unito ad una buona dose di adrenalina, non riesce all’atto pratico a fare la differenza contro un avversario decente, anzi, ci espone alla rappresaglia di un praticante lucido e capace. Questo aggrava la nostra situazione e con un circolo vizioso aumenta la paura che ha scatenato l’iper-reazione originaria.

Nel caso di un avversario capace ci troviamo invischiati in una spirale discendente in cui più ci sforziamo e peggio riusciamo. Ma questo non è il caso peggiore.

Se invece ci troviamo di fronte avversari di livello molto simile al nostro, l’aggressività e la ferocia della nostra reazione emotiva ci permettono di prevalere, anche se di poco. In questo caso si crea un falso senso di sicurezza e siamo portati a ripetere questi comportamenti come storicamente efficaci. In realtà si tratta di una sicurezza superficiale tant’è che sotto sotto sappiamo che l’abbiamo spuntata per un pelo e le sensazioni che abbiamo provato durante il combattimento erano tutto meno che rassicuranti. Di fatto viviamo nella segreta coscienza che siamo ad un passo dalla disfatta, perennemente braccati dall’insicurezza e dalla paura del fallimento. Un fallimento che puntualmente arriva, solitamente per mano di persone calme e serene, e questa loro tranquillità è ciliegina sulla torta della nostra disfatta.

Come vincere questo circolo vizioso? Come sempre, il primo passo è riconoscere che il problema esiste. Avere il coraggio di ascoltare le proprie emozioni e riconoscere la paura, l’ansia, l’insicurezza; in definitiva osservarci per quello che siamo realmente.

Per trasformare il circolo in virtuoso occorre poi un passo successivo: rendersi conto che noi proviamo emozioni ma non siamo emozioni. Serve un salto logico per porsi al di là del turbine emozionale, un salto di livello per cambiare stato vibrazionale. Basta un passo di lato e ci troviamo nel centro immobile del ciclone: attorno a noi possiamo percepire e riconoscere tutte le nostre emozioni, possiamo sentire in ogni nostra cellula il loro effetto biochimico, ma al contempo possiamo mantenere il distacco necessario per ragionare lucidamente, per sentire senza essere assordati e per vedere senza essere allucinati.

A questo punto abbiamo iniziato la trasmutazione logico-percettiva che sposta la nostra esperienza nella cosidetta Zona (per chi ha estrazione sportiva) o se preferite, nel Flusso.

Essere nel divenire rende la nostra azione marziale una danza di gentilezza e di serenità, efficace e letale, senza fronzoli non necessari, e soprattutto adeguata a quanto richiede l’azione del nostro avversario.

Oltre all’efficacia del nostro agire, la cosa fondamentale è la qualità del nostro esperire: comunque vada il combattimento le nostre sensazioni sono piacevoli e serene, non abbiamo paura anche nel fallimento, perchè percepiamo intimamente di aver dato il meglio di noi stessi, abbiamo agito in stato di grazia e la nostra mente è serena, il nostro corpo sorride e portiamo con noi la consapevolezza di una visione più aperta e di un contatto più onesto con noi stessi e col mondo.

Volete sapere uno dei motivi per cui la serenità rende più efficiente l’azione agonistica? E’ una banale questione di economia, ma ve lo lascio spiegare da Gurdjieff:

“Noi consumiamo in permanenza più energia del necessario, usando muscoli di cui non abbiamo bisogno, lasciando correre i pensieri a ruota libera e reagendo troppo emotivamente.”

Anche le emozioni sono una ricchezza, non sperperatele.