In ferro veritas

Fare qualcosa che ci aggrada è sempre fonte di piacere, e di solito la contentezza ci resta addosso per il resto della giornata. Ci sono però delle pratiche che oltre al piacere del momento ti lasciano un arricchimento profondo, qualcosa che possiamo percepire come l’aver imparato qualcosa di importante per la nostra vita.

A volte si tratta di una nuova competenza che abbiamo aggiunto al nostro bagaglio “tecnico” di esseri umani, altre volte è più l’aver scoperto un modo nuovo e più armonico di utilizzare le nostre capacità ed i nostri talenti in modo efficace. Credo che ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo in realtà stiamo imparando ad armonizzare i nostri sforzi.

Potete considerare un neonato che inizia prima a rotolare, poi a strisciare, poi a gattonare, e via via fino a camminare, correre, saltare, ecc. In realtà muscoli ed ossa son già presenti fin dalla nascita, il problema è quello di apprendere la complessa coordinazione necessaria per deambulare con il minimo sforzo ed il massimo rendimento.

Come “bambino” adulto ho trovato molto interessante la pratica schermistica per continuare la mia evoluzione di “bipede”. Ho evoluto via via un migliore equilibrio di quello sufficiente alla persona media per camminare, ho sviluppato nuove capacità di spostamento mantendo l’equilibrio, ho imparato a gestire al meglio la mia massa corporea per dare più efficacia alle mie azioni. Tutto questo è reso facile nella scherma perché è una pratica sincera: detto in altri termini, se fai una cosa male ti prendi un colpo di spada, e a quel punto non puoi raccontarti favole o giustificazioni.

Non tutte le pratiche hanno una retroazione così diretta e schietta sul partecipante. Pensate per esempio alla meditazione: come capire se eravate nello stato mentale giusto o se ve la stavate raccontando? Non è banale. L’illusione del proprio ego è sempre dietro l’angolo.

Certo anche nella scherma è possibile prendersi in giro ed illudersi di esser bravi, di saper fare, ecc. ma se affrontate un po di persone in uno scontro, le illusioni si dipanano velocemente a mano a mano che i colpi vanno a segno.

Questo potrebbe spingere verso la pratica sportiva come modo di “verificare coi fatti” la bontà del proprio addestramento e della propria preparazione. Su questo mi trovo in grande disaccordo ed ora vi spiego il perché.

Un’arte marziale differisce da una pratica sportiva per un punto fondamentale: l’arte marziale serve per sopravvivere, lo sport serve per passatempo. Inevitabilmente la prima si occuperà della totalità degli aspetti legati alla sopravvivenza dell’individuo nelle più avverse condizioni, la seconda si concentrerà su un contesto il più possibile ristretto e controllato dando la massima valenza alla sicurezza dei praticanti. Questo si attua con l’adozione di regole che impediscano comportamenti e situazioni pericolose.

Fin qui nulla da obiettare, però le regole dello sport introducono una deformazione importante nella retroazione di cui parlavamo prima. Il praticante non viene più stimolato dai propri errori, bensì dall’adempienza o meno delle regole. Di fatto il gioco sportivo diventa una cosa completamente differente dalla pratica marziale al punto che vengono incentivate pratiche estremamente pericolose in un combattimento reale.

In definitiva, non ho nulla contro lo sport, però da un punto di vista marziale la pratica sportiva non ha molto senso e diventa addirittura dannosa; quanto dirò a seguito lo ritengo valido per le arti marziali e non per lo sport.

Il bilanciamento tra un’attività che ti metta alla prova (evitando che il tuo ego ti illuda di saper fare quando non sai fare) e una forma di competizione troppo strutturata che deforma la retroazione che ricevi (e di rimando i tuoi comportamenti) è una questione di equilibri sottili e mutevoli. Non credo esista una ricetta valida per risolvere il problema, penso piuttosto che l’unico modo di gestire quest’impasse sia quello di evitare al massimo le regole ed essere sempre molto presenti nella pratica; e ovviamente essere molto sinceri con se stessi.

Capita per esempio che il duello si inasprisca, come accade spesso con la scherma sportiva, perché le persone scaricano la responsabilità sulle regole: “io seguivo il regolamento, se si è fatto male non è colpa mia”, sentii dire un giorno da un praticante di scherma sportiva in sala a seguito di un incidente.

Responsabilizzare il praticante è invece un punto saldo delle arti marziali: se non sai controllare i colpi che porti, come puoi pretendere di difenderti?

Con un approccio olistico, ritengo sia da evitare il proliferare di regole e la standardizzazione ossessiva di situazioni e materiali. Piuttosto va sviluppato il valore della relazione tra:

  • il praticante

  • la sua arma, di cui è pienamente responsabile dal momento che la impugna

  • gli avversari, che oltre ad essere compagni di pratica sono in primis esseri umani

  • l’ambiente, che deve essere sempre tenuto in considerazione come parte integrante della pratica: anche la palestra più sicura e alla quale siamo più abituati nasconde sempre delle insidie, e il praticante deve sempre essere all’erta

Certamente vanno adottate tutte le misure per evitare incidenti, per esempio l’adozione di opportune protezioni personali: ma queste devono essere delle misure di sicurezza estreme, non devono essere la prima linea di difesa. L’attenzione del praticante deve essere sul controllo delle proprie azioni, non sul raggiungimento di un punteggio. Questa è la differenza tra prestazione sportiva e presenza marziale.