Doti nascoste della pratica schermistica: Equilibrio e serenità.

Discorso per il Simposio Prevenire è meglio che curare: la Scienza del Vivere
All’interno della manifestazione Milano incontra Shaolin IV

1- chi sono, chi non sono

Buongiorno, sono onorato di partecipare a questo simposio.

Il mio nome è Angelo Zani, sono istruttore di un corso di scherma storica per la Società di Schermidori presso il Centro Culturale Shaolin di Milano. Tengo a precisare che non sono un maestro, sono solo un praticante di arti marziali.

Ho una formazione tecnico scientifica (laurea in ingegneria informatica), il che mi ha sempre portato a cercare di capire la realtà indagando le cause e le ragioni delle cose, mantenendo un atteggiamento positivamente critico e ponendomi interrogativi; e questo l’ho fatto anche con le arti marziali.

Oggi vorrei parlarvi della mia esperienza come praticante di arti marziali e delle cose che ho scoperto nel corso della mia pratica. Parlerò della mia esperienza e delle arti che conosco, ma ritengo che sia facile estendere le medesime considerazioni a tutte le arti marziali, e magari anche ad altre attività affini.

2- esperienza marziale, dalle origini ad oggi

  • Pratico arti marziali da oltre vent’anni.

  • Ho studiato wing tsun ed escrima per sei anni con il Maestro Angelo Ferrari, esperienza che mi ha dato molto anche se ho dovuto interrompere perché ho cambiato città.

  • Ho poi studiato scherma storica per una quindicina di anni con il Maestro Mario Magni e tramite lui ho potuto incontrare molti maestri notevoli da tutte le parti del mondo.

Questo il mio curriculum formativo ufficiale, in realtà ho iniziato ad usare spade fin da molto prima. Fin da bambino mi son sempre allenato con armi auto costruite: la prima fu un nunchaku, ma avendo buona manualità ne ho costruite di via via più complicate.

Appena raggiunta la maggiore età ho acquistato una spada affilata ed ho iniziato ad allenarmi con quella… altra epoca, ora non si potrebbe fare, e comunque è una pratica sconsigliabile, visto il numero di video su youtube di gente che giocando è finita col tagliarsi.

Ad ogni modo io mi allenavo con spade affilate, e non mi sono mai tagliato. Ho sempre preso molto seriamente la cosa ed ho sempre avuto un rispetto ed una riverenza per la armi affilate.

3- i doni “noti”

La società di schermidori intende la scherma come arte marziale e non come uno sport. Sembra una cosa assolutamente anacronistica: l’arte della scherma è l’arte del difendersi, “schermarsi” per l’appunto, ma nel nostro tempo e nella nostra nazione non usiamo più le spade per difenderci, quindi pare che non vi sia un’utilità pratica.

Eppure è una cosa che appassiona, che risuona in qualche modo nella nostra cultura. Un’attività che comunque riscuote apprezzamenti e raccoglie adepti. Vedremo che questa pratica non è povera di doni che si possono usare nella vita di tutti i giorni, iniziamo con quelli più noti.

Ora, cosa spinge ad appassionarsi di combattimento? Forse la paura, forse il desiderio di poter agire direttamente sul proprio destino, la volontà di non essere succubi ma di essere parte attiva della propria vita e del cambiamento.

Una prima riflessione è che tutta l’umanità, e se è per questo tutta la natura, vive nella lotta, in un modo o nell’altro. Siamo tutti guerrieri, ma non lo siamo per amore della lotta, lo siamo per amore della vita. I nostri antenati imparavano ad usare una spada per difendersi, per difendere la propria famiglia, la propria terra, ecc.

Ripenso alle aspettative del me giovane, con la spada affilata, che andava ad allenarsi di notte nei campi vicino al cimitero lontano da occhi indiscreti. Quello che agognavo era il controllo, la freddezza nel momento del pericolo, il saper attendere ed il saper agire nel tempo opportuno.

Forse a muovermi era la paura di avere paura, o la paura di non controllare le mie emozioni ed il mio corpo. Di sicuro quegli allenamenti mi hanno dato molto.

I doni sopra descritti li raggiunsi in fretta, non tanto per la costanza, ma soprattutto per la qualità della pratica, inconsapevole allora di stare seguendo una via molto occidentale. Qualità prima di quantità. E le ricadute sulla vita quotidiana non furono poche.

I bulli, ad esempio, non furono un problema: potrei ricordare vari eventi in cui miei coetanei o addirittura ragazzi più grandi cercarono di bullizzarmi. La cosa finì sempre molto in fretta, perché un bambino che sa lottare non si perde in liti lunghe o in ripicche vicendevoli che si trascinano nel tempo: il bambino che sa lottare aspetta e tollera, quando si passa il limite, pacatamente accartoccia i bulli di turno, senza mezze misure, con serietà e tutta la violenza che serve, senza sconti; poi lascia loro una possibilità di fuga onorevole, per non mettere la gente all’angolo, per non creare dei rancorosi e per non farli diventare vittime loro volta del pubblico ludibrio; e gli episodi di bullismo cessano.

Con quasi tutti i bulli che ho accartocciato siamo rimasti amici, alcuni sono amici ancora oggi.

Altri miei coetanei non ebbero questo tipo di risposta e vennero bullizzati per anni, e quando alla fine si ribellarono vennero bullizzati ancora di più.

Quando non ti scomponi di fronte al pericolo fisico, diventa facile non scomporsi neppure in altre situazioni, come gli esami scolastici. Semplicemente hai un avversario che vuole metterti in difficoltà, e tu fai la tua parte, al meglio delle tue possibilità.

Qui nasce una prima considerazione di ordine superiore. Ho parlato di avversario e non di nemico. Dalla pratica marziale capisci che chi ti sta di fronte, chi ti è avverso, magari è anche una persona simpatica, semplicemente le contingenze della vita vi hanno portato a militare su fronti avversi, magari solo temporaneamente. Ciò nonostante tu farai di tutto per sopravvivere e ti batterai al meglio delle tue possibilità. Combattere e lottare non è una questione di simpatia o di antipatia, è una questione di responsabilità e di lucidità.

Queste cose che descrivo non accadevano solo a me. In palestra ho visto molte persone maturare un forte e pacato senso di sicurezza. Soprattutto in palestra ho visto le teste calde, i bulli, che diventavano persone pacate. Ho visto la moderazione del carattere, ed ho capito che non deriva dalle botte prese.

C’è un qualcosa che trasforma il provocatore, il rissoso, il prevaricatore in una persona attenta, in una persona che ascolta e che ragiona prima di intervenire. Io chiamo questa cosa “consapevolezza”, di sè e degli altri. Il bambino viziato a cui tutto sembra dovuto in breve tempo realizza che anche gli altri esseri hanno bisogni, idee, punti di vista. Questa comprensione matura molto bene affrontando avversari in combattimento, perchè il combattimento è prima di ogni altra cosa “relazione”. Puoi conoscere le tecniche più micidiali e saperle eseguire con la massima maestria, ma non ti serve a nulla se non sai entrare in relazione con i tuoi avversari. Al contrario puoi conoscere solo qualche rudimento di tecnica ma se sai muoverti con l’avversario, se sai percepire i suoi movimenti prima che lui li compia, non avrai difficoltà ad evitare i suoi colpi ed i tuoi non verranno quasi visti.

L’esperienza della scherma non ha fatto altro che approfondire questa mia comprensione.

Lo schermidore migliore non è quello impulsivo, forte o veloce, bensì quello integro, bilanciato, “totale” nel suo agire, “presente” a se stesso. Siamo lontani anni luce dall’esasperazione agonistica della scherma sportiva. Qui l’obiettivo non è far punti, non ci interessa vincere. Ci interessa non venir colpiti, schermarci. Mentre a mani nude è tollerabile ricevere qualche colpo, purchè non siano troppo forti, nella scherma la tolleranza si annulla. Ogni colpo ricevuto con una lama è potenzialmente mortale e va evitato in ogni modo; allo schermidore si richiede una maggiore presenza ed una maggiore attenzione in tutte le fasi dello scontro.

Vien da sé che sviluppare questi atteggiamenti ha risvolti pratici in molte attività mondane, alla guida, sul lavoro, ecc.

Questa evoluzione di presenza e di consapevolezza l’ho vista bene nei colleghi schermidori che hanno affrontato questo percorso con me, ma negli ultimi anni ho avuto la fortuna di insegnare, e negli allievi la cosa è molto più visibile.

Agli inizi senti negli allievi che è forte la paura, anche solo la paura di impugnare un pezzo di metallo, anche se non è affilato. Senti che il loro corpo non si fida di se stesso, temono più sè stessi che non i colpi dell’avversario. Alcuni hanno paura di ferirsi, di non riuscire a parare; altri hanno paura di colpire qualcuno per sbaglio.

Poi la pratica abitua i muscoli e la mente al nuovo attrezzo e gradatamente aumenta la fiducia in se stessi: aumenta la serenità, aumenta la pacatezza che porta forza senza violenza e quando serve, porta violenza senza acredine.

4- i doni meno “noti”

Se tutto procedesse come visto per i doni noti, sarebbe lecito aspettarsi una classe di guerrieri agili e determinati, gente pronta all’azione e lesta a gettarsi nella mischia, sprezzanti del pericolo, ipercompetitivi e magari anche un po superbi.

Invece no.

Più procedi e più ti accorgi che le persone acquisiscono altre doti inaspettate: la serenità le riassume bene.

Gli allievi ottengono il controllo delle proprie emozioni, che non è il sopprimerle o domarle, bensì lo svilupparle in modo armonico e farle proprie alleate. Tra le emozioni annoveriamo certamente anche la paura, ed infatti piano piano si attenuano e poi scompaiono anche le fobie.

Gli imprevisti della vita vengono vissuti in maniera più equilibrata e soprattutto l’apporto emotivo diventa costruttivo, niente spazio per l’autocommiserazione o lo scoramento.

Ma tutto ciò non è la freddezza di chi è abituato ad affrontare il pericolo, è più uno stato di grazia che mi ricorda le parole di un famoso guerriero: (bisogna essere duri, ma) Senza mai perdere la tenerezza.

Tenerezza anche verso se stessi.

E così un malanno o un acciacco vengono combattuti e superati col sorriso, non con la rabbia e la frustrazione; non con la competizione. Si vive la malattia del corpo non come un fallimento dello stesso, ma con comprensione e dolcezza.

Nonostante la scherma sia un’attività potenzialmente logorante, chi pratica la scherma storica ha pochissimi traumi, difficilmente uno di noi smette per vecchiaia, e gli anziani tengono benissimo il passo con atleti giovani e pimpanti. Potrei parlare di maestri attempati che nessun giovane riesce a mettere in difficoltà, neppure sugli assalti più lunghi. O potrei parlare di maestri con vistosi handicap fisici che affrontano senza battere ciglio energumeni forti, giovani e molto ben allenati.

In somma, quello che io registro è un mutato atteggiamento verso la vita e verso se stessi.

Visti da fuori il cambiamento si percepisci molto forte, ma nel momento in cui ti chiedi: cosa sono diventati? qualcosa di più? qualcosa di meglio? Scopri che la risposta è che sono semplicemente delle persone normali. E questo è grandioso.

5- i doni a livello sociale

Abbiamo visto che nei praticanti migliora la persona ed il suo carattere, ma soprattutto migliorano le relazioni con gli altri.

Con i coetanei si hanno rapporti più sereni, non si soffre di sintomi di inferiorità e non si prevaricano gli altri. Anzi, si è molto attenti alle opinioni di tutti e si valorizzano punti di vista divergenti.

Con la famiglia si riducono gli attriti: non si scatta in modo rabbioso alla prima discordia ma si impara a precisare pacatamente la propria posizione, e si impara ad essere più comprensivi nei confronti di genitori e partner.

Sul lavoro si è più collaborativi e meno competitivi, più propensi a vedere il bene comune e a mettere da parte l’ego ed i propri interessi.

Tutte cose che permettono di costruire relazioni stabili e costruttive.

Si sviluppa a livello interpersonale e sociale la consapevolezza dei bisogni, delle particolarità e dei limiti altrui. In altre parole la comprensione.

6- il duello

Nella Società di Schermidori pratichiamo molto il duello, con spade di metallo e non con surrogati di altro materiale.

Quello che ho notato è che il duello costringe a dar fondo a tutte le nostre risorse, per cui il corpo è forzato a svilupparsi in maniera armonica e totale. La forza di una catena è data dall’anello più debole. Così è nel duello, per cui non siamo mai invogliati a sviluppare quello che ci viene meglio a discapito di quello che ci viene peggio.

Al contempo impariamo ad osservare con attenzione ogni anello debole del nostro avversario, perchè è lì che dobbiamo far leva, da quello dipende la nostra sopravvivenza. E qui si impara a decodificare gli altri, a capirli ed inevitabilmente si finisce per “comprenderli”. L’avversario non è più uno sconosciuto dopo il duello, è qualcuno che conosciamo al di là di quello che lui vuol mostrare: abbiamo avuto un assaggio della sua natura.

Da un lato capire che l’avversario non è un nemico, ma che è solo contingentemente dall’altro lato, abbatte l’odio e ci porta verso l’amore, un concetto che in occidente è espresso con il termine di Caritas.

Dall’altro lato, ci apre gli occhi sul fatto che non dipende tutto da noi: anche l’avversario fa la sua parte. Quando capisci questo capisci che sta tutto nel fluire delle cose, scopri che non ci sei solo tu e l’avversario, c’è anche un qualcosa che è oltre la somma delle persone coinvolte: la relazione è un’entità a sè stante.

  • La teoria dei sistemi (scusate, è l’ingegnere che emerge) ci insegna che il tutto è maggiore della somma delle parti. Ci insegna altresì che il processo non lo si può capire arrestandolo, va inteso nel suo fluire, ed è proprio questo che fa il duellante: impara a fluire con l’esistenza, senza soffermarsi sul passato e senza fantasticare troppo sul futuro. Hic et nunc.

  • Nel duello puoi anche sbagliare, ma non puoi tornare indietro, non c’è l’arbitro che arresta l’azione e si riparte alla pari. Se sbagli, riparti da dove sei, senza sconti e senza tempo di riprenderti.

  • poi c’è l’ambiente: una palestra stretta, un bosco accidentato, il clima se sei all’aperto, ecc.

  • inoltre la nostra cultura, con tutti i limiti fasulli che comporta, influenza il nostro agire.

Le nostre credenze sono tra le catene più difficili da spezzare, perchè non le vediamo. Ma hanno un’influenza notevole, anche nel combattimento. Questo richiama il concetto di Campo nelle costellazioni familiari, o forse qualcuno ricorderà la teoria del campo morfogenetico di Sheldrake.

Problema della responsabilità. Il duellante apprende che ci son cose che vanno oltre il nostro controllo, e non val la pena disperarsi per quelle. Ci sono poi cose che possiamo fare, e su quello va fatta la nostra valutazione: cosa fare, come farlo e quando farlo. Questa è la nostra responsabilità. Non possiamo cambiare le carte del gioco, ma possiamo scegliere come giocarle.

Quindi si interiorizza il concetto che bisogna “prendersi le proprie responsabilità” che di rimando insegna a “non prenderci le responsabilità altrui”, particolarmente utile questo in campo familiare e lavorativo.

Duellare ci porta a riconsiderare la nostra natura e la nostra relazione con tutto quello che ci circonda, e talvolta si riesce anche ad andare oltre i nostri limiti.

O forse, ci permette di realizzare i veri noi stessi, ponendoci in quello che un tempo definivano lo stato di grazia. Questo vedo talvolta nei combattimenti, quello che in psicologia viene chiamato “il flusso” o “la trance agonistica”. E lo stato di grazia resta appiccicato alle persone, che lo portano poi in giro per il mondo.

C’è un filo sottile che lega la salute dell’individuo alla sua capacità di realizzarsi nell’azione, forse perchè si raggiunge un’armonia fra ciò che si vuole e ciò che si ottiene.

La stessa armonia che a livello sociale crea un buon cittadino, un buon collega di lavoro, un buon figlio, un buon padre, un buon marito.

La consapevolezza di essere parte di un tutto: non un elemento isolato che vuole predominare sugli altri o sulla natura, e neppure una macchia indistinta nella massa.

E’ un processo di ricerca e di scoperta di se stessi e della fitta rete di relazioni che ci lega al tutto, in modo olistico e sistemico.

Vorrei concludere lasciandovi con una locuzione che usa sempre, e mai a sproposito, il mio carissimo amico Sudhiro: Mitakuye Oyasin, che tradotto dal Lakota significa “tutte le nostre relazioni”.

E’ stato un piacere essere qui con voi.