Qualità e quantità: priorità dei principi sulle tecniche

Una delle principali differenze, che per altro son poche, tra le scuole orientali e quelle occidentali è la differente importanza che viene assegnata alle singole tecniche.

 In oriente la tendenza didattica è quella della ripetizione ad oltranza in modo da interiorizzare il movimento a livello profondo, inconscio. Per far questo si pratica indefessamente fino al limite della noia assoluta, quando il cervello smette di interessarsi all’azione in oggetto e si estrania, realizzando quello che i giapponesi chiamo Mu-Shin, la mente vuota. Solo a quel punto l’azione viene recepita a livello profondo dal subconscio e diventa un tutt’uno con le reazioni istintive della persona.

 La via occidentale attua una didattica differente. Innanzitutto da questa parte del globo non si ha tendenzialmente tutto il tempo necessario per una pratica “all’orientale”: le nostre vite sono abbastanza oberate da impegni da impedirci di dedicare più di qualche ora alla settimana a certe attività, non siamo monaci che si allenano 8 ore al giorno nelle arti marziali. Quindi un altro approccio si rende necessario.

Al di là dell’utilità pratica, c’è un altro motivo per cui in occidente si preferisce fare diversamente: è il concetto molto caro agli occultisti nostrani secondo cui la qualità è nemica della quantità.

Da un punto di vista meccanicistico la cosa si traduce nella convinzione, per nulla errata, molto diffusa nelle scuole di scherma, anche sportiva, che ripetere molte volte un movimento si rischia di farlo male e di interiorizzzare quindi l’errore. Molto meglio quindi fare poche volte ma correttamente, tenendo sempre alta l’attenzione, e smettere spesso, rilassarsi, svagarsi e poi riprendere solo una volta rigenerata l’attenzione.

Di fatto il metodo occidentale richiede la massima presenza nel momento della pratica: meglio 5 minuti al giorno con presenza ed attenzione che 5 ore al giorno pensando ai fatti propri.

Da un punto di vista tattico/strategico inoltre, la convinzione occidentale è che insegnare una tecnica è come regalare un pesce ad un affamato: lo si sfama una volta sola; insegnargli a pescare invece lo sfama per tutta la vita. Nel contesto dell’arte marziale insegnare a pescare all’affamato corrisponde ad insegnare un principio al praticante.

Le tecniche non sono altro che delle applicazioni specifiche di determinati principi in determinati frangenti. Chiaramente si sono evolute perchè quei frangenti si presentavano spesso, e chi le adottava ne traeva dei vantaggi. Da questo punto di vista ha senso spiegare delle tecniche agli allievi, ma non bisogna mai dimenticarne la natura contingenziale: se cambiano le condizioni al contorno, la tecnica perde di validità e di utilità.

A questo punto i problemi sono due: il primo è dato dal fatto che le condizioni al contorno cambiano sempre in un combattimento reale, per cui è difficile trovare applicazioni corrette di tecniche preconfezionate, tanto più che una volta che le tecniche sono note a molti diventano invariabilmente preda delle “contromosse” che inevitabilmente si sviluppano. Il secondo problema è che quasi mai viene spiegato bene e dettagliatamente quali sono le condizioni che rendono applicabile la data tecnica e quali invece sono le condizioni che ne compromettono l’esecuzione. Questi fattori sono alla radice dell’usanza nelle scuole orientali di vietare all’allievo di combattere fino a che non fosse raggiunto un sufficiente grado di maestria.

La via occidentale per ovviare a questi problemi è quella di responsabilizzare al massimo l’allievo, evitando le falsamente facili ricette precotte delle tecniche canoniche. Per far questo bisogna far capire all’allievo quali sono i principi fondamentali dell’arte e come si possano applicare e sviluppare. Il lavoro è molto più faticoso, specialmente per l’istruttore, oltre che per l’allievo, ma i vantaggi sono enormi. Quando un allievo capisce un principio ed inizia a farlo proprio, sviluppandolo in modo armonico nel corso dell’azione schermistica, scopre di avere il potere di inventare tutte le tecniche possibili scegliendo sempre quella giusta in base alla situazione del momento. O forse sarebbe meglio dire re-inventare, perchè non ci son cose nuove sotto il sole del combattimento: alla fine un uomo è un uomo e una spada è una spada, oggi come 1000 anni fa e tutte le varianti e differenze sono solo al contorno; anche se un contorno importante e determinante.

La comprensione dei principi ci permette di adattarci a qualunque condizione al contorno, a qualunque bizzarria del nostro avversario, a qualunque impedimento dell’ambiente circostante.

Va notato che seguendo la via orientale si arriva alla stessa conclusione: i praticanti di lungo corso di discipline orientali sviluppano l’abilità di sviluppare nuove tecniche, ma solo dopo molti anni di pratica; e solo allora si iniziano a capire i motivi profondi delle tecniche di base.

In altre parole il percorso orientale e occidentale è lo stesso, solo che lo percorriamo in direzioni opposte: completato il cerchio sappiamo fare le stesse cose. La differenza è che i sistemi orientali sviluppano prima la precisione e la pulizia del movimento, quelli occidentali sviluppano prima la comprensione e la creatività.

Scegliete la vostra via.